INCONTRO

«Un film talmente intenso che impone una riflessione su come possa esistere ancora questo genere di situazioni». E ancora: «Emerge la mancanza di comunicazione e come sia assente un punto d’incontro». Queste solo alcune delle riflessioni raccolte domenica 21 ottobre a margine della visione del film “A Ciambra” (2017) di Jonas Carpignano. La pellicola rientra nell’ambito della rassegna “Cinema d’incontro: storie di migranti” promossa al Teatro Don Bosco di Macerata da Centro di Ascolto e Prima Accoglienza, Caritas, Centro Missionario Diocesano, Fondazione Mingrantes e Refugees Welcome col patrocinio del Comune di Macerata. In una regione complicata come la Calabria si mescolano riflessioni antropologiche sulla comunità rom e verità legate al territorio. Il viaggio e la crescita del protagonista, il 14enne Pio, fuori e dentro la “Ciambra”, lo vede tessere relazioni con le diverse realtà etniche e sociali presenti nel quartiere degradato di Gioia Tauro. Ciò fino all’atto della sua “iniziazione” criminale, che lo porterà a tradire l’amicizia nata con uomo di colore e perdere la sua innocenza. «Un pugno nello stomaco» che però alcuni, come il salesiano don Salvatore Policino, hanno restituito al mittente nel dibattito che ha seguito la visione di “A Ciambra”.
 . «Se per accorgervi di come vivono i rom in Italia avete avuto bisogno di questo film siete messi male - ha provocato la sala -, la domanda non è tanto perché esistono luoghi come questi, ma come poter favorire processi di integrazione». Don Salvatore è figlio di madre italiana e padre rom, non un “gagè” (“gli altri”) come viene definito “il resto del mondo”.
 
«Fintanto che queste persone vivranno tra di loro e nessuno avrà il coraggio di viverci insieme, questi ghetti continueranno a esistere - ha affermato -, anche se in giro ci sono dei fantasmi, finché non danno troppo fastidio le persone dicono di sentirsi tolleranti, ma questa non è integrazione». Secondo don Salvatore va spostata l’ottica con la quale si cerca di capire e risolvere il problema: «Dobbiamo chiederci che cosa sia realmente l’integrazione - ha spiegato -, noi cresciamo imparando a non fidarci dei gagè, la nostra lingua si tramanda solo oralmente di padre in figlio: se non sei integrato fai prima a non fidarti perché dove sta scritto che se lo faccio devo vivere come vuoi tu e non entrambi come vogliamo».
 
 É questo per il salesiano il punto di rottura sul quale dobbiamo riflettere per trovare «un principio di comunione» che, ha concluso, «non ho imparato dagli uomini e per questo mi chiamo don Salvatore». Trovare un punto d’incontro è una delle volontà ricorrenti tra i presenti al Teatro Don Bosco, pur riconoscendo le difficoltà di comunicazione perché, come è stato detto, ormai ci sono difficoltà persino nell’avere inclusione anche tra vicini di casa. 
 Agli appuntamenti sono stati invitati anche i rappresentanti delle Istituzioni. Tra gli intervenuti a questo primo incontro anche il consigliere comunale Andrea Marchiori, il quale ha condiviso con la platea il suo interrogarsi su come sia difficile proporre un modello di integrazione in una piccola città benestante come Macerata, dove alcuni fenomeni sono diffusi ma non come in altre realtà più grandi. 
 Il confronto è stato moderato dallo scrittore ed editore Alessandro Seri, soddisfatto per la presenza e per i contenuti emersi da una «discussione accesa e piena di spunti»: «Direi che è uno di quei pomeriggi in cui mi rimetto in pace con la mia città che a volte penso sia asfittica - ha detto -, invece ho capito che c’è tanta voglia di parlare e che bisogna avere il coraggio di affrontare temi come quello dell’incontro tra diverse comunità». Prossimo appuntamento della rassegna “Cinema d’incontro: storie di migranti” il 4 novembre, sempre alle ore 16 e al Teatro Don Bosco di Macerata.

 

 

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